martedì 26 febbraio 2013

Post modesti


Ultimamente come non mai noto che ho una tendenza naturale ad aiutare il prossimo. E non parlo degli amici, quello è un dovere, ma di gente che nemmeno conosco. Spesso addirittura sacrificando me stesso, mettendo loro al primo posto. Spesso senza nemmeno che mi venga richiesto. Mi trovo sempre lì a riempire qualche buco lasciato dalla sfilza di egoisti passati prima di me. Su cento persone, io sono l’unico a fermarsi ed a tendere la mano.
Mi rendo benissimo conto che questo mio altruismo in realtà nasce dall’esigenza di dare agli altri quello che io non ho mai ricevuto, non lo nascondo. Devo avere avuto delle mancanze, dentro di me, che cerco in qualche modo di colmare facendo in modo che accadano a meno persone possibili. Sento il dovere di rendere la vita più facile ad una persona, se ne ho la possibilità. Questo a volte mi porta a pensare che lavori come lo psicologo, il medico, l’assistente sociale, siano i lavori a me più adatti, quelli che meglio mi permetterebbero di appagare questa mia necessità. Ma so che sarebbe la mia fine. Visto il cuore ed il sacrificio che metto dentro ognuno di questi casi, non sarei in grado di mantenere il giusto distacco e finirei con l’autodistruggermi. Non sono nemmeno sicuro che mi faccia bene adesso in realtà, nonostante la consapevolezza che questo mi rende una persona migliore delle altre: credo che in un certo senso mi consumi. Ma al momento è così che mi sento di fare, e sono contento di poter dare me stesso per il bene degli altri.
Chi ha a che fare con me deve essere proprio una persona fortunata.

domenica 24 febbraio 2013

Sessione invernale 2013


Non so più nemmeno se definirla sessione, si è fuso un po’ tutto.

TESI

A Novembre ero andato a parlare con la professoressa per l’assegnazione della tesi. Essendomi dovuto accontentare di chiunque fosse rimasto libero non avevo argomenti da proporre, ed ho fatto scegliere a lei. Ho rischiato che mi assegnasse un argomento che non sapevo nemmeno cosa fosse (aveva un nome in giapponese), ma per fortuna ha scambiato la mia faccia perplessa per un “l’argomento non mi fa impazzire”, e me l’ha cambiato con una cosa più chiara: il Santuario di Ise (uno dei santuari più importanti del Giappone). Non male, sicuramente avrei trovato molto materiale. Invece no XD Poca roba, e tutta in inglese >.< In realtà io pensavo che i testi su cui preparare la tesi li consigliasse/trovasse la relatrice, ed invece ho dovuto fare tutto da solo: la prof l’ho vista solo quella volta che mi ha assegnato l’argomento, poi non l’ho più ne vista ne sentita, nemmeno per avere consigli o dritte: completamente abbandonato a me stesso ._. Avevo intenzione di prepararla dopo l’esame di Giapponese, l’ultimo rimastomi, convinto che avrei avuto tempo. Intanto mi stavo dando una letta ad un paio di libri introduttivi sulla materia (perché, al di la dell’argomento della tesi, non ero bene affermato nemmeno sulla materia in generale). Poi mi sono trovato alle strette con l’esame di giapponese ed ho lasciato perdere la tesi, con l’intenzione di rimandarla a dopo. Poi ho ricevuto la terribile notizia: avrei dovuto consegnare la tesi pronta molto molto tempo prima di quanto mi fossi aspettato D: Il che voleva dire che dopo giapponese non avrei avuto tempo. Dopo l’esame avrei avuto circa dieci giorni per leggere tutti i materiali e scriverla: una pazzia! Ma ormai dovevo comunque rimandarla a dopo giapponese, perché tutte le mie energie erano rivolte a questo: se non l’avessi passato non mi sarei potuto comunque laureare. Poi, come se non bastasse, hanno anticipato ulteriormente la data di consegna della tesi, fino a farla coincidere con lo stesso giorno dell’orale di giapponese. Perfetto -.- Se già sarebbe stata un impresa impossibile prima, in dieci giorni, adesso avrei dovuto preparare l’orale di giapponese e la tesi contemporaneamente, rischiando di dividere le forze e di non riuscire a portare a termine nessuno dei due.

LINGUA E TRADUZIONE GIAPPONESE 3
L’ultimo esame rimasto. Ho cominciato a prepararlo molto tempo prima, ma era talmente tanta roba che non so in che modo ma mi sono ritrovato a fare tutto insieme all’ultimo, con l’acqua alla gola, come al solito -.- Sarà che quando ero ancora lontano dall’esame dividevo il tempo studiando sia giapponese che i libri introduttivi per la tesi (che poi nemmeno sono serviti). Con la data che si avvicinava, poi, mi sono concentrato solo su giapponese, ma per quanto io abbia studiato come un matto me la sono vista veramente brutta. La roba era veramente tanta, i libri erano caotici, ed oltre alle cose del terzo anno avevo anche quelle del primo e del secondo da ripassare, che avevo completamente rimosso. Poi è arrivata anche la bella notizia dell’anticipo della scadenza della tesi: dopo lo scritto mi sarei dovuto dedicare per forza quasi unicamente a questa, trascurando lo studio per l’orale. Mi sarebbe andato bene anche un 18, volevo soltanto laurearmi il più presto possibile, mi ero stufato.
Ero convinto che sarei arrivato allo scritto senza la preparazione adeguata. Ed invece devo dire che gli ultimi giorni sono riuscito a fare i miracoli ed a farmi entrare un sacco di roba in testa. Certo, la preparazione non era buona, ma era sicuramente sufficiente. La prova scritta era divisa in due parti: la prima di grammatica, con esercizi sui kanji, sul lessico, e tante altre brutte cose. Era quella che più mi preoccupava, per la quale bisognava aver studiato. La seconda invece consisteva in una traduzione di un brano, ma per quella stavo tranquillo perché tanto bastava più che altro affidarsi al dizionario (il grosso della prova stava nel tradurre caratteri mai studiati). La parte di grammatica è andata piuttosto bene, ne sono rimasto soddisfatto. Quindi credevo che ormai fosse fatta. Poi è arrivata la traduzione! Uno schifo! Non so perché, ma non riuscivo a trovare i caratteri sul dizionario o_o Nemmeno a dire che non sapessi usarlo, il dizionario. E senza i caratteri ovviamente non c’era modo di svolgere la traduzione o_o Dopo un ora stavo ancora sulla seconda riga, non avevo scritto quasi nulla, e non riuscivo nemmeno a capire. Nell’ora rimanente, preso dal panico, sono andato avanti ed ho provato a tradurre frasi a buffo, a volte partendo anche dalla fine, per non lasciare il foglio in bianco. Ma almeno in ogni frase mi mancavano sempre uno o più elementi che non trovavo, quindi non capivo. Poi ha cominciato a mettercisi pure la stanchezza: per il troppo studio dei giorni precedenti mi si era abbassata la vista, e da metà traduzione in poi ho avuto tantissime difficoltà a leggere il dizionario, scritto minuscolo. Per non consegnare in bianco ho provato a scrivere quello che avevo capito ed ad inventare le frasi a caso, ma la traduzione non era fedele ne alla struttura della frase ne alle parole. Inoltre non c’era una frase che avesse senso o che fosse priva di buchi, e non avevano senso nemmeno nel contesto. Basti pensare che non ho capito nemmeno di cosa parlasse la traduzione. Quindi ho consegnato una cosa orrenda. Eppure io la grammatica la sapevo, avevo studiato, ed avevo le conoscenze per passarlo questo esame. Non capivo come potesse essere andata così, cosa fosse successo. Sicuramente ci avevano dato una traduzione difficilissima, un po’ troppo esigente (cosa che poi mi è stata confermata). Dunque ero sicuro di non averlo passato. Se avessero fatto la media tra la prima e la seconda parte pure pure, ma avevo sentito dire che pretendevano la sufficienza in entrambe le prove, e nella traduzione non l’avevo sicuramente raggiunta. Inoltre era un esame in cui passavano sempre pochissime persone, erano molto selettivi, e con una traduzione del genere di certo non sarei potuto essere tra quelli. Le speranze erano quasi nulle.

Insieme all’esame, era svanita anche la possibilità di laurearmi. Non vi dico che presa a male. Mi sono sentito totalmente sconfitto, umiliato. Avevo sempre avuto culo in tantissimi esami, non potevo lamentarmi se per una volta mi aveva detto male nonostante fossi preparato, ma aveva scelto proprio la tempistica sbagliata. Certo, avrei dovuto comunque continuare a preparare la tesi nell’eventualità che l’esame l’avessi superato (i risultati sarebbero usciti la settimana successiva), e giuro che era mia intenzione farlo, ma non ce l’ho fatta. Mi ero demoralizzato, avevo perso la grinta, non ci credevo più. “Ma chi me lo fa fare - pensavo – di spaccarmi il culo a preparare l’orale e la tesi in dieci giorni visto che tanto l’esame non l’ho superato?”. Quindi ho lasciato passare tre, quattro giorni senza combinare nulla di concreto. Ed a quel punto era diventato inutile: se anche l’esame l’avessi passato, ormai l’aver perso quattro dei dieci preziosissimi giorni mi aveva precluso la possibilità di poter preparare in tempo qualsiasi cosa. Quindi ho fatto un bel respiro, mi sono messo in contatto con la relatrice, ed ho annullato la mia prenotazione di laurea. Adesso se ne sarebbe riparlato a Luglio. Ed io che, stufo, avrei voluto finire al più presto :-/ Rischiavo anche di perdere la relatrice in realtà, perché quando ero andato a chiedere la tesi mi aveva detto chiaro e tondo che se non avessi passato l’esame di giapponese mi sarei dovuto trovare un altro relatore. Quindi era capace che mi sarei dovuto mettere di nuovo alla ricerca di un altro professore libero e di un altro argomento, sempre che qualcuno sarebbe stato disponibile per Luglio. Invece la relatrice, senza nemmeno chiedermi come mai avessi annullato la laurea (e forse è stato un bene), si è vista disposta ad accettarmi automaticamente anche per Luglio. Meno male: un problema in meno, è stato un sollievo. Poi, il giorno dopo aver annullato la laurea, è arrivata la beffa: lo scritto lo avevo passato. Erano usciti i risultati, e non so per quale assurdo motivo ma ero tra i pochissimi che l’avevano passato o_o Quindi, se non mi fossi demoralizzato a quel modo subito dopo lo scritto, magari avrei potuto ancora laurearmi. Mi ero sabotato la laurea con le mie stesse mani, che cretino! Ma ormai, in ogni caso, era tardi. Comunque, in una prospettiva in cui avevo già accettato il fatto che la laurea mi sarebbe scalata a Luglio, la notizia dello scritto passato è stata positiva: avevo la possibilità di dare l’orale e di togliermi di mezzo quest’ultimo esame, così fino a Luglio avrei potuto occuparmi solo della tesi e prendermela comoda.

Per prepararmi l’orale ho avuto anche molto tempo: non ero più costretto a sbrigarmi per rientrare nelle tempistiche della laurea, quindi invece di segnarmi al primo appello, che c’era dieci giorni dopo, mi sono potuto iscrivere al secondo, che mi dava tre settimane di tempo. All’inizio devo ammettere di essermela presa comoda, mi sembrava un infinità di tempo quello che avevo a disposizione. Poi mi sono reso conto che le cose da fare erano più numerose del previsto, e tre settimane mi sono bastate a malapena per una preparazione che era minimamente sufficiente (non ce l’avrei mai fatta in dieci giorni preparando in contemporanea anche la tesi, quindi meglio che sia andata così). Il problema principale più che altro era che io il giapponese l’avevo sempre studiato leggendolo e scrivendolo, mai parlandolo ed ascoltandolo. Quindi per quanto mi sarei potuto esercitare (cosa che comunque non ho avuto il tempo di fare), mi mancavano proprio le basi del parlato e dell’ascolto. Gli orali di lingua mi avevano sempre terrorizzato infatti. Devo dire, però, che ho studiato con una costanza mai avuta prima. Mi ero prefissato degli obiettivi folli, che ero sicuro che mai sarei riuscito a mantenere, ed invece li ho mantenuti giorno per giorno, fino alla fine. Sono stato veramente molto bravo, mi sono stupito di me, e ne sono rimasto terribilmente soddisfatto. Tant’è che non ho avuto addosso nemmeno il solito schifo pre-esame: l’esame sarebbe potuto andare come gli pareva, ma io avevo fatto anche più del possibile, e quindi ero in pace con me stesso. Ero più che altro dubbioso se accettare qualsiasi voto o meno. Lo scritto sicuramente lo avevo passato al limite della sufficienza, e non potevo aspirare a voti alti. Visto che pure la preparazione per l’orale non era delle migliori, il 18 era una possibilità concreta. In quel caso cosa fare? Un 18 mi avrebbe abbassato la media di un punto, e questo voleva dire perdere tre o quattro punti sul voto di laurea. Era pure un esame importante, visto che era di lingua. Rifiutando, inoltre, avrei avuto tutto il tempo di riprepararmelo per la sessione straordinaria di Aprile o per quella ordinaria di Giugno (anche se non volevo arrivare di nuovo a ridosso della tesi con l’esame addosso). Solo che… d’altra parte ero arrivato al limite. Non ce la facevo più a studiare, volevo assolutamente finire, liberarmi dallo studio, essere un uomo libero. Il solo pensiero di dovermi trascinare un esame per altri mesi ancora mi faceva stare male, mi opprimeva, e non so nemmeno se avrei trovato le forze per continuare a studiare. Rischiavo, inoltre, che se non fossi riuscito a passarlo ne ad Aprile ne a Giugno avrei di nuovo messo a rischio la laurea, e non era una condizione che avrei tollerato un'altra volta. Quindi avevo deciso che avrei accettato qualsiasi voto, anche il minimo. Ci avrei perso in punti, ma ci avrei guadagnato in salute.
Non mi aspettavo che anche l’orale fosse strutturato in più parti. Praticamente ho dovuto affrontare tre orali con tre professoresse diverse. Tutte le volte pensavo di aver finito ed invece mi dicevano che sarei dovuto rientrare poco più tardi per le parti successive T_T Che poi sono entrato tra i primi, ho fatto i primi due orali a distanza di cinque minuti uno dall’altro, e poi per il terzo orale mi hanno fatto aspettare fuori tipo quasi un ora, ed il risultato del voto me lo hanno detto un'altra ora più tardi quando erano già andati via tutti gli altri. Quindi l’esame mi è durato tutta la mattinata ed è stato pure snervante. L’esame comunque non è andato malaccio. Alle parti dialogate non ci capivo un cazzo, come previsto, e facevo una fatica immensa a mettere in fila due parole che avessero un senso, sembravo demente >.< Quando invece ho dovuto dimostrare di sapere la grammatica, i kanji, le traduzioni, me la sono cavata meglio. Il primo orale è andato benino, vedevo la prof che dopo che le rispondevo si appuntava per il più delle volte simboli positivi. Al secondo ho fatto molti più errori, e la prof non mi permetteva nemmeno di vedere quello che appuntava. Il terzo invece è sembrato andare liscio come l’olio, anche se la professoressa era completamente inespressiva e quindi non mi dava segni di nessun tipo. Mi aspettavo, quindi, un voto non alto, ma nemmeno un 18. Una via di mezzo, tipo un 24. Ed invece quando ho visto il voto sul cedolino firmato sono rimasto di stucco: o ero andato meglio del previsto, o erano stati particolarmente generosi.
Risultato scritto: Idoneo (76/100 la parte di grammatica, la traduzione non lo so ed è meglio non saperlo)
Risultato orale: 28



Non ho molto da commentare in realtà. Mi sarei dovuto laureare e non mi sono laureato, ma non posso nemmeno lamentarmi. Sono riuscito a non far scendere la media, che anzi si è definitivamente stabilizzata sul 28 e dovrebbe farmi partire con già un buon voto alla laurea. Ma, soprattutto, ho finito gli esami! Ho finito gli esami, cazzo! Non riesco ancora a realizzare in realtà. Dopo un paio di anni cominci a sviluppare una strana sensazione dell’università come se non dovesse finire mai, come se ormai fosse diventata parte fissa della tua vita per sempre. Dunque non riesco ancora a rendermi conto di cosa significhi aver finito, non riesco a focalizzare una condizione in cui non sarò più costretto a studiare. Mi manca la tesi da preparare, è vero, ma avendo tempo fino a Luglio posso permettermi di considerarmi finalmente libero dallo studio. E ne sono contento. Per quanto riguarda la laurea saltata invece… alla fine è stata una fortuna che sia andata così. Mi sono reso conto che non avrei mai potuto preparare l’orale (più la tesi) in dieci giorni, e se avessi puntato al primo appello mi sarei ritrovato bocciato, con la laurea ugualmente rimandata a Luglio ma l’esame ancora da dare. Quindi l’apparente bocciatura allo scritto e l’essermi demoralizzato sono stati, alla fin fine, la mia salvezza. Ed io che per una volta avevo pensato di essere stato sfortunato!

W
ME!

mercoledì 13 febbraio 2013

Sporco


Se mai un giorno riuscirò ad essere finalmente un uomo libero dallo studio (e ciò potrebbe accadere tra una settimana), credo che non riuscirei comunque più a godere del mio tempo. Sono troppi troppi troppi anni che sono costretto a limitarmi, me e la mia possibilità di trascorrere il mio tempo. Talmente tanti che, anche liberandomi da questo fardello e da queste catene, sicuramente continuerei a limitarmi in questo modo. Per abitudine. Perché ormai non riesco più nemmeno ad immaginarla una maniera alternativa di rapportarmi al tempo. Una realtà in cui io possa disporre di talmente tanto tempo da poterlo spendere senza limiti, senza che ci sia quel costante senso di colpa per ogni minuto trascorso in libertà a fronte di cose non fatte e non portate a termine, non riesco nemmeno a concepirla.
L’università, la scuola, è uno schifo. Ti consumano talmente tanto che, anche una volta finite, ne esci sporco, macchiato, contaminato. Non riesci più a sentirti libero nemmeno essendolo. Perché ti hanno tenuto al buio per così tanto tempo (forse dai primi anni di vita) che ormai è solo nel buio che puoi continuare a vivere.


Ecco, una volta tanto sono riuscito ad esprimere un concetto in modo conciso, senza svilupparlo più di tanto.

venerdì 25 gennaio 2013

martedì 22 gennaio 2013

21 Gennaio


Quattro mani, un bicchiere di Jack Daniel’s, ed una data da riparare.

lunedì 21 gennaio 2013

*palmface*


Mi sono ricordato di prenotarmi all’ultimo esame rimasto cinque secondi prima della scadenza della prenotazione, catapultandomi sul primo i-phone con internet capitatomi a tiro in un locale. Non mi sono giocato la laurea solo per cinque secondi. Non mi sono regolato.

sabato 12 gennaio 2013

Psicopatia


Le attività giornaliere della mia gattina sono strettamente legate alle mie. Lei tende a stare sempre con me e cerca le reazioni che vuole (tipo giocare) solo da me, quindi è fortemente influenzata dalle attività che svolgo io. Nel nostro caso, al posto di “influenzata” la parola giusta forse è “limitata”. Negli ultimi anni io ho cominciato a vivere seduto allo scrittoio di camera mia. Non faccio altro che alternare il mio tempo tra studio e computer, ed entrambi mi tengono incollato qui. A volte ci mangio pure. Quindi agli occhi di Lucky la mia vita è letto-scrivania-letto-scrivania-letto, intervallato da qualche seduta in salone per mangiare o per giocare alla play. E questo la porta a dover stare tutto il giorno qui con me senza fare nulla. Io credo che in un certo senso lei odi (sempre che un gatto possa provare odio) quando io sto seduto qui. Probabilmente mi considera in uno stato di morte temporanea in cui non mi muovo più per ore e non faccio niente (il gatto non può immaginare che io fissando uno schermo o un libro in realtà sto facendo qualcosa). «Oh no, il padrone si è seduto lì! Ecco, ora si spegnerà per un paio di ore e non mi darà più retta. Fine dei giochi». Sicuramente, quindi, le faccio passare la maggior parte del tempo immersa nella noia e nel vuoto. Allora lei ogni tanto si mette sul comodino del mio letto (che è lontano dalla scrivania), si siede sul sedere,  e comincia a miagolare verso il soffitto, un po’ come quando i lupi ululano. E continua imperterrita per minuti e minuti, anche se la rimprovero. Il suo obiettivo è quello di portarmi all’esasperazione e di farmi alzare. A volte mi piace pensare che lei voglia salvarmi o risvegliarmi da questa mia condizione di morte temporanea, così come la vede lei, ma sicuramente vuole solo che io la consideri un po’ e che io interrompa il suo stato di noia. A volte mi alzo solo per farla contenta, ed allora mi fa un miagolio contento, scende dal comodino ed esce dalla stanza: vuole che io la segua! E si gira ogni due secondi, per vedere se io la sto seguendo, lanciando ogni volta un altro miagolio contento se mi trova dietro di lei. E qui arriviamo al punto del post. Da come mi guida sembra che abbia un obbiettivo, che voglia portarmi da qualche parte, che voglia che io faccia una cosa per lei. Ma, invece, non sa nemmeno lei dove andare. Mi porta in una stanza, poi cambia idea e torna indietro. Va verso un'altra, poi ci ripensa e gira. Si accorge che mi ha fatto alzare senza un motivo, anche se è contenta del fatto che io la stia seguendo ovunque lei vada. Ed alla fine mi porta sempre dalla stessa parte, lì dove qualcosa che io possa fare per lei c’è: in bagno, dove io la faccio sempre bere dal rubinetto del bidet inutilizzato. Ma si inganna: la maggior parte delle volte l’ho già fatta bere da poco, quindi è impossibile che abbia sete. Ma lei non se ne rende conto e si fa aprire il rubinetto, bevendo anche se non ne aveva bisogno.
Forse non sarà il caso del gatto (ma anche di questo), ma uno stato di noia e di nulla fare, se prolungato per giorni, settimane, mesi o addirittura anni, può portare ad una specie di pazzia, ad uno squilibrio mentale. Non ne sono forse un leggerissimo esempio tutti quegli studenti che non fanno altro che alzarsi ed andare al frigorifero ogni cinque minuti per poi rendersi conto che in realtà non avevano fame e tornare indietro?

mercoledì 2 gennaio 2013

Capolinea?


I lettori più vecchi si saranno sicuramente resi conto che negli ultimi mesi ho cominciato a scrivere sempre di meno. Anzi, per quelli che erano i miei ritmi abituali si può dire che io non stia scrivendo quasi più per niente. Per anni ed anni ho postato quotidianamente, anzi ricordo che mi facevo un sacco di problemi se non postavo per due sere di fila, o al contrario capitava che avessi talmente post da pubblicare che uno a serata era troppo poco. Adesso invece, con il picco in questo mese di Dicembre, arrivo a postare addirittura una volta a settimana, e nemmeno mi pesa. Non so il motivo di questo improvviso cambiamento, non è successo nulla di particolare, e nemmeno è un periodo strano. Nemmeno a dire che io stia esaurendo la mia ossessione per la scrittura, perché in realtà idee per i post mi vengono, li appunto pure, ma poi non li scrivo. Che sia un periodo di forte pigrizia e svogliatezza? Mi sembra di non avere mai nemmeno il tempo di mettermi a scrivere, ma in realtà ho molto più tempo libero ora che non quando frequentavo l’università, quindi probabilmente sto solo preferendo impiegarlo in altre cose. Comincia a venirmi addirittura il dubbio che sia Wolrd of Warcraft a succhiare via il tempo che prima dedicavo alla scrittura: sarebbe veramente brutto se fosse così. Che poi ultimamente nemmeno ero più tanto soddisfatto di quello che postavo. Più che un post mi sembrava essere diventata una rubrica che portava avanti sempre gli stessi argomenti: Leo, lezioni di canto, teatro, palestra, ecc. Una volta ero molto più creativo e scrivevo cose molto più interessanti, ora invece mi limito a riportare piccoli spezzoni della mia vita. Un interpretazione di questo cambiamento in realtà mi è stata data. Mi hanno detto che probabilmente adesso sto vivendo un periodo di piena stabilità, tranquillo, senza preoccupazioni, e che di conseguenza non ho più la necessità di sfogarmi attraverso la scrittura. Anche i miei post si sarebbero adattati a questa stabilità, diventando fissi e regolari. Potrebbe anche essere, chissà. Fatto sta che tutta questa situazione mi fa molto strano: non ci sono mai stati periodi in cui ho scritto così poco, e mai avevo contemplato l’idea che ci sarebbero potuti essere. È la prima volta che mi avvicino così tanto ad uno stato di non-scrittura. L’ipotesi al momento mi sembra impossibile, ma chissà che questo stato non si realizzi pienamente. Potrebbe essere la volta buona in cui mi libererò della scrittura, in cui chiuderò definitivamente ogni tipo di blog. Anche se, ancora, l’idea che io possa smettere di scrivere mi sembra impossibile. E, vi dirò, sarebbe anche una grandissima perdita. Ne uscirei molto svalutato.

lunedì 31 dicembre 2012

31 Dicembre


Il petrolio nell’acqua può far schifo quanto vi pare, e sono d’accordo. Ma quando il mare si tinge di quel colore che sfuma dal rosa al dorato e lo strato di petrolio gli conferisce quella patina di lucido metallizzato che fa splendere ancora di più i colori…

lunedì 19 novembre 2012

Fili intrecciati


«Un euro e trenta».
Pagai. Niente era più bello che addentare un bel cornetto caldo straripante di nutella e buttare l’occhio sul culo di qualche bella pataccona prima di mettersi in viaggio verso la discoteca. Certo, era una bomba di calorie, ma con il mio fisico perfetto ed invidiabile non avevo nulla da temere: lunedì sarebbe iniziata una nuova settimana di palestra, ed avrei delineato ancora di più la mia tartaruga sull’addome. E poi stavamo per andare a farci una bella sudata (a Latina di sabato le discoteche erano sempre piene), dunque avrei bruciato tutto. Magari ci sarebbe scappata anche una bella trombata veloce nei bagni con qualche mignottona strafatta (avevo sfoderato il kit di giacca, cinta e scarpe fosforescenti, non so se mi spiego), ed allora si che mi sarei rimesso subito in forma!
Quel coglione di Andrea stava ancora decidendo quale pacchetto di gomme comprarsi. Sembrava stesse confrontando il prezzo di due diverse marche tenendo in conto anche il numero di gomme all’interno. Ma di matematica non ci aveva mai capito nulla: per questo stava lì senza riuscire ad uscirne.
«Dai bro, ma che cazzo te frega! Pija quelle che costano de meno e annamo, dai!».
Nel frattempo stavo guardando una figa pazzesca. Era in piedi da sola vicino alla colonna, sembrava stesse aspettando qualcuno. Alta, tacco vertiginoso, capelli neri arruffati con una ciocca che le cadeva sul viso, sguardo provocatorio. Una faccia da bocchinara che non vi dico! E aveva quel vestitino blu elettrico così corto che le copriva a malapena il culo. Mentre aspettavo Andrea non riuscito a staccarle gli occhi da dosso. Avrei potuto prenderla di forza, sdraiarla sul bancone del bar e distruggerla violentemente lì davanti a tutti, per quanto ero eccitato. Ed ero sicuro che le sarebbe pure piaciuto. Stavo per andare ad attaccare bottone usando qualche scusa, quando mi raggiunse Andrea. Quindi siamo usciti, ma passando per i tavolini mi sono fermato a salutare degli amici che stavano entrando. Al bar del porto è impossibile non incontrare qualcuno il fine settimana. Era un amico del Campanella. Non sapevo nemmeno come si chiamasse, ma quella volta che era partita la rissa al borgo per il derby della Roma era intervenuto al mio fianco insieme al Campanella, e da quel giorno ci eravamo sempre salutati. Girava voce che bazzicasse sempre nei pressi di Ostia perché gli piaceva farsi fare i bocchini dai trans. «Come te li sanno fare loro non te li fa nessun’altro, proprio perché hanno il cazzo e quindi sanno dove ti piace!» era la sua buffa teoria, ce la raccontava una volta il Campanella da ubriaco. A me quelle porcate da froci di merda non mi piacevano, preferivo di gran lunga rimorchiare la sera per una botta e via. Tanto qualcuna si trovava sempre.
Saliti in macchina, Andrea ha messo subito il cd che aveva fatto per la serata: una bomba! Eravamo partiti da qualche secondo, quando vedo un tizio che camminava sul ciglio della strada in direzione opposta alla nostra farmi segno con la mano. Aveva alzato lateralmente il braccio ed aveva messo la mano a forma di C, e la chiudeva e la riapriva proprio come quando ci si diverte a fare le ombre cinesi sul muro a forma di cane. Sembrava ce l’avesse con me. Avrà avuto un paio di anni in meno di noi, ma andava in giro con una cartella sulle spalle, come quella di scuola. Ma chi ci andava più in giro con quella roba? Poi la portava con entrambi i braccioli sulle spalle, come i soggetti. Ho fatto giusto in tempo a rallentare un pochino, e quando ci siamo passati accanto mi sono girato a fissarlo per vedere che cazzo volesse. Ma non ha detto nulla, ha solo ricambiato lo sguardo, ed in un attimo ci siamo oltrepassati.
«Hai visto quello?» ho fatto ad Andrea.
«Eh! Ma che cazzo voleva?».
«Boh, ma quando ci siamo passati vicino l’ho imbruttito!»
«Ahahah, hai fatto bene! Che coglione!».
Quindi ho alzato la musica a palla ed ho messo un braccio fuori dal finestrino, agitandolo a tempo di musica come facevamo sempre. Un attimo dopo è partita la seconda traccia. Questa spaccava di brutto, era potentissima! Mi stavo caricando, sentivo l’adrenalina crescere sempre di più, ed ho cominciato a fare il matto con la macchina, mentre Andrea accanto a me urlava «Dajeeeeeee!» e mi caricava ancora di più. È stato in quel momento. Ho visto una macchina che stava per tagliarci la strada. Non ho rallentato: era impossibile che non ci avesse visto, di sicuro stava per fermarsi e lasciarmi passare. Quello che era sicuro è che non mi sarei fermato io: era lui che avrebbe dovuto darmi la precedenza, e poi io ormai ero inarrestabile. Ma non si è fermato, ed in un baleno l’ho visto venirmi addosso. Ho avuto a malapena il tempo di rendermene conto, è durato un istante. Ho sentito la macchina sotto di me schizzare improvvisamente all’indietro, i vetri del parabrezza tagliarmi la faccia in più punti. Poi ho improvvisamente sentito la sensazione di vuoto, ed infine un fortissimo impatto alla nuca. Non ha fatto male, non ho sentito nessun dolore. Ma ho sentito il rumore dell’impatto rimbombarmi profondamente dentro la testa, ed improvvisamente si è fatto tutto nero.
Credo di aver sognato, non ne sono sicuro. Non mi sentivo come quando si è addormentati, ma ho provato una sensazione di vuoto assoluto per un infinità di tempo. Il mio corpo non poggiava contro nulla, come se non avessi più sensibilità, sembrava di essere sospeso nel vuoto. E non c’era niente. Per qualche motivo avevo gli occhi chiusi, ma riuscivo a percepire il vuoto intorno a me. E la mia mente era intorpidita, non mi permetteva ne di muovermi ne di pensare. Era come se volesse farmi rimanere lì a dormire, cullandomi. L’unica cosa che percepivo era il mio corpo, ma era fatto di una strana sostanza, sembrava denso, fluido. Ed era bello, era una sensazione rilassante, mi sentivo in pace. Non so quanto tempo era passato quando ho cominciato a sentire delle voci esterne ed a “risvegliami”. Inizialmente era solo caos, rimbombava tutto, poi ho cominciato a distinguere voci. Continuavo a sentirmi sospeso nel vuoto e così incredibilmente fluido, era una sensazione stranissima, ma poco a poco stavo tornando nella realtà. Ho provato ad aprire gli occhi, ma solo uno dei due ha reagito al comando. Ma è bastato poco per capirne il motivo. Da quel poco che riuscivo a vedere sembrava che fossi sdraiato a terra, con una guancia che premeva contro l’asfalto. Mi ricordai improvvisamente dell’incidente, di come fossi finito lì. Quindi la seconda cosa che mi saltò allo sguardo fu la grandissima pozza nera nella quale vedevo immerso il mio braccio inerme. Doveva essere sangue. Ecco perché mi sentivo così fluido, stavo colando al di fuori del mio stesso corpo. La successiva capacità che riacquistai fu la sensibilità della temperatura. Sentii improvvisamente il freddo gelido della notte. Ma in particolare sulla nuca, dove sembrava attraversarmi fino ad entrarmi dentro. Probabilmente il mio cranio non era più un involucro chiuso. Per fortuna non avevo recuperato il tatto, e tantomeno la percezione del dolore. Nemmeno più le emozioni sembravo in grado di percepire: non provavo paura, non provavo dispiacere, ero completamente apatico ed indifferente. Per ultimo, ricominciai a distinguere i suoni delle voci. Ero sicuramente circondato da molte persone, ma non riconoscevo la voce di nessuno che conoscessi. Qualcuno diceva di prendere i documenti, qualcun altro invece gridava di non toccarmi e di aspettare l’arrivo dei soccorsi. Poi distinsi una voce terrorizzata che non faceva altro che ripetere le stesse frasi freneticamente. La fonte del suono si spostava di continuo, quindi lo immaginavo muoversi avanti ed indietro. «O mio dio... o mio dio… giravano a luci spente… non li ho visti… o mio dio…». Le luci? Era stato per quello? Possibile che fossi stato così stupido da dimenticarmi di accenderle? Poi mi tornò in mente un dettaglio inutile: il ragazzo sul ciglio della strada che mi aveva fatto quel segno ad intermittenza con la mano. Ora era tutto chiaro: mi stava dicendo di accendere le luci. Chissà se pure Andrea se lo stava chiedendo, in quel caso avrei dovuto dirglielo. Soddisfatto di esseri finalmente tolto quella curiosità, mi venne da sorridere. E quella fu l’ultima cosa che riuscii a comprendere. Qualche istante dopo morii.